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Larsen | Rever | Review

rockit.it | Massimiliano Osini

Vi prego quindi di non ignorare questo disco, se non altro per una forma di equità critica.

E’ con colpevole ritardo che mi accingo alla recensione del disco d’esordio dei Larsen che, in vero, si presenta sia da un punto di vista musicale, sia da uno squisitamente produttivo, come un vero e proprio exploit nel panorama italiano. "Rever" è infatti uno dei migliori lavori autoctoni che abbia ascoltato quest’anno, perfettamente a suo agio nel panorama post-rock internazionale, nonché prodotto e distribuito da un’etichetta americana. In cerca di scusanti posso dire che l’enorme mole di cd che vengono stampati al giorno d’oggi rende improbo il compito di riuscire a cogliere i lavori migliori. A ciò si somma il fatto che questo collettivo di musicisti torinesi non si dimostra molto incline ad una qualsiasi attività promozionale in fede a una non ben specificata teoria dell’oscurità . Invito comunque i lettori a visitare il sito della Young God (www.younggodrecords.com) dove possono trovare un interessante resoconto delle modalità con le quali il gruppo è entrato in contatto con questa label.

Prodotto da Mike Gira (ex Swans) il disco non si discosta molto dal solco tracciato dagli ultimi percorsi di quest’ultimo e in particolare trova una grande sintonia con le sonorità dei Windsor For The Derby. A tratti emergono anche forti riferimenti ai Mogwai, una delle band più influenti sui gruppi italiani odierni, ma contrariamente alle pedisseque ripetizioni che si è soliti ascoltare, brani come "Mentre" o "Intermezzo" possono guardare a testa alta questo referente. Nell’economia strumentale dei Larsen trova inoltre un ruolo fondamentale la fisarmonica, strumento questo che permette nella maggior parte dei casi di dare un tocco di originalità alle partiture. Uno degli episodi maggiori, “Radial”, si caratterizza appunto per le reiterate stecche di questo strumento che scorrazza senza tregua sopra strati di rumore memori dell’avanguardia minimalista.

In brani come “Akin” e “Maya” emergono gli stilemi classici dei Sonic Youth (contrappunti percussivi, rumore bianco e levigato, chitarre metallicamente scordate) e in questo caso sono le voci a dare un tocco di originalità alla ricetta. Le parti vocali infatti sono estremamente varie e durante tutta la durata del disco, spaziano da un recitato femminile (“Impro 1”), al baritono di Mike Gira (“Impro 2”), da versi indecifrabili, a cantati spagnoleggianti. Vi prego quindi di non ignorare questo disco, se non altro per una forma di equità critica. Il pensiero che i Larsen siano poco più che sconosciuti e, al tempo stesso, le modeste intuizioni di gente come Giardini di Mirò o Gatto Ciliegia contro Il Grande Freddo assurgano al rango di capolavori, mi sembra un’enorme ingiustizia che non può che deprimermi profondamente.

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